venerdì 7 marzo 2014

La Volta Che Vidi Sant'Agostino Sul Controviale


NIGHTMARE – IL CONTROVIALE
Il controviale è un incubo, una cosa tipo l’ingorgo di Benni in Elianto. Mancano parcheggi ? Si prendono due viali paralleli, si blocca l’ingresso a tutte le laterali tranne un paio costringendo la gente  che vuole tornare a casa a ingorgarsi in quello di destra, lo si riempie di righe blu a destra e a sinistra, avendo cura di stringerlo ulteriormente con una bella e inutilizzata pista ciclabile tra i due viali, e via posti macchina a gogo.
Peccato che non siamo in Scandinavia e qua la gente parcheggi in modi quantomeno stravaganti, per tacere del fatto che, non so se chi ha elaborato il progetto ne era al corrente, vengono omologate anche auto dette Suv che sono un tantino più larghe delle altre. E non stanno nelle righe blu. Se jella vuole che che ce ne siano due parcheggiate sui due lati nello stesso punto, in bocca al lupo a chi ci deve passare in mezzo. E ho la sensazione che gli improperi dei tizi che guidano i camioncini dei rifiuti presto saranno oggetto di tesi di laurea. E io, che metà del mio tempo automobilistico lo passo in tangenziale, passo l’altra metà sul controviale, equamente divisa tra cercare di parcheggiare e cercare di uscirne con la macchina ancora intera.

RIMORCHIAMI (1)



Esco da una laterale e mi metto sul controviale. E’ andata bene, non c’era il solito idiota che parcheggia sull’angolo quindi la svolta è riuscita senza troppi problemi. Percorro una cinquantina di metri e vedo un carro attrezzi. Fermo in mezzo al controviale. Lampeggianti gialli in azione. Mi fermo e sulla destra, nelle righe blu, c’è un’auto ferma col cofano aperto. Inizio a sudare. Non ci sono altre laterali per svincolarmi e siamo in un senso unico, quindi di retrocedere non se ne parla nemmeno.  Mi  fermo e l’uomo del carro attrezzi mi fa un gesto con la mano e le cinque dita aperte. Cinque minuti, dice. Mi ricorda qualcuno, Grande e grosso, barba nera, capelli lunghi. Sebastien Chabal, arriva l’iiluminazione. Non mi rende felice, la cosa. Sebastien Chabal è il gentiluomo in divisa blu col numero 8 che placca il numero 8 neozelandese.




Faccio un gesto assolutamente accomodante e sorrido cordialmente. Ho poche regole nella mia travagliata esistenza, ma alcune le rispetto in modo ferreo. Una di queste è non mettermi mai a discutere con gente che sembra Sebastien Chabal. Quindi mi dedico alle operazioni di pulizia, spostamento inutile di cose inutili, spolveramento cruscotto, regolazione millimetrica degli specchietti, che si fanno in genere nei momenti di sosta forzata. E mentre l’incazzatura cresce, aggravata esponenzialmente dalla impossibilità di incazzarmi con un tizio che sembra un armadio quattro stagioni, davanti al cofano mi appare dal nulla  una strana figura vestita con abiti di foggia antica e una sorta di aureola. Allarga le braccia come a dire non so che farci e farfuglia qualcosa in latino prima di scomparire. Dev’essere passata almeno mezz’ora quando l’orso bruno in tuta da meccanico mi fa un gesto con la mano, risale sul carro attrezzi e mette in moto liberandomi la strada . Guardo l’orologio e sono effettivamente passati solo sei minuti. Il carro attrezzi si ferma più avanti in uno spazio libero, lo supero applicando la seconda regola che è quella di non fare mai battute ironiche a gente che sembra Sebastien Chabal, a meno che non abbiamo bevuto insieme e io sia sicuro che ha un certo humour, e me ne vado chiedendomi chi diavolo fosse il tizio vestito all’orientale.



RIMORCHIAMI (2)

Mi sono appena immesso nel controviale, sono praticamente nello stesso punto dove mi ero fermato la volta precedente, quando si apre la portiera di un’auto parcheggiata sulla sinistra. Freno e mi fermo, non ‘è verso di riuscire a passare, mentre dal posto del passeggero sbucano e si appoggiano a terra un paio di gambe femminili in calze nere, scarpe ugualmente nere con discreto tacco e gonna aderente appena sopra al ginocchio. In una frazione di secondo vedo solo una donna vestita di scuro che compie una giravolta facendomi cenno di attendere un attimo, apre anche la portiera posteriore e si china all’interno dell’auto. Ora, un’altra regola che ho sempre rispettato nella mia vita è che se una bella donna sporge un ragguardevole lato B frugando sul sedile posteriore di un’auto cercando chissà cosa, io non mi metto a suonare il clacson urlandole come un pazzo di levarsi dalle palle.


Quindi rispondo con un cenno fintamente disinteressato, del tipo “ ma faccia pure mia cara signora, si prenda pure tutto il tempo che le serve visto che io proprio oggi sono libero da impegni di sorta e posso rimanere fermo qui sicuramente fino alla prossima glaciazione e probabilmente anche oltre”, mi accomodo meglio sul sedile e mi guardo gli ondeggiamenti che la ricerca sul sedile posteriore provoca al contenuto della gonna. Nel frattempo, scende dalla parte del conducente una donna che si mette in posizione di attesa verso la signora e accanto a lei si materializza la stessa figura in abiti strani della volta precedente. Mi guarda compiaciuto con una smorfia, fa un gesto con la mano come a dire “ roba di lusso, eh “, farfuglia ancora qualcosa di incomprensibile in latino e scompare mentre la donna chiude la portiera, mi rivolge un cenno di ringraziamento, gira fulminea attorno all’auto raggiungendo la donna che la aspetta e se ne vanno. E tutto questo nella mia percezione dura non più di tre secondi, ma quando mi giro per il colpo di clacson dietro di me ci sono almeno quattro auto in coda e devono essere passati almeno cinque minuti da quando mi sono fermato.



TEMPO AL TEMPO



E allora, dato che per due volte sono uscito dal controviale sano, salvo, senza graffi alla carrozzeria, rifletto sul tempo. E su quello che la percezione del suo fluire provoca in noi. Sul fatto che se la prima volta avessi avuto a disposizione un plotone di specnaz con armi d’assalto non avrei esitato a dare l’ordine di radere al suolo carro attrezzi, auto in panne e anche il condominio vicino pur di passare, mentre la seconda volta  potendo mi sarei travestito da finto operaio con transenne e cartelli di lavori in corso bloccando il traffico di mezza città pur di restare fermo. E alla rotonda della tangenziale quasi mi schianto perché mi trovo accucciato sul cofano il solito tizio, che stavolta sorride e mi dice “se mi chiedono cosa è il tempo non lo so, ma se non me lo chiedono allora lo so”. E alla radio parte un pezzo che nessun DJ di questo mondo avrebbe il coraggio di fare passare in radio pena l’immediato licenziamento. E vaghi ricordi del liceo si mescolano a vaghi ricordi di quello che ho bevuto la sera prima.





2 commenti:

Anonimo ha detto...

Come dimenticarsi del grande Chabal :D e delle calze a rete,ancora mi fanno grattare il capo...Speriamo chiudano bene la camicia di forza.
Una cordiale amica

SympathyForTheDevil ha detto...

Beh, sicuramente se lo ricordano meglio quello che si sono beccati i suoi placcaggi. Ma mi inquieta di più l'abbinata tra calze a rete e grattarsi la testa, nel senso che non riesco a capire se hai tentato di fare una rapina usandole per coprirti la faccia o se abitualmente ti infili le calze a rete passando per la testa. In entrambi i casi, niente contro le ragazze in calze a rete che si intendono di rugby, ma non sono l'unico che ha bisogno di una salda chiusura della camicia di forza.
Con cordiale amicizia :-p