venerdì 26 dicembre 2014

Appeso

Va bene, ormai che è passato posso permettermi un cedimento al Natale. Diventerò buono, adesso, pervaso di spirito natalizio. Però lo faccio a modo mio. Per una volta tanto, e so di rischiare una deprimente standing ovation dicendolo, non parlerò di me né dei fatti miei.
Il post di oggi parte dalla mia attività di talent-scout letterario (inutile che facciate quelle facce, sto parlando seriamente) ed è dedicato alla recente scoperta di una giovane poetessa dei nostri giorni. Ora, lasciamo perdere che la sua poetica si possa con pieno merito collocare nel solco della poesia minchio-contemporanea. Lasciamo perdere che la suddetta si stia dedicando ad un garbato stalking natalizio nei confronti miei e della mia idiosincrasia per il Natale. Lasciamo perdere anche la fonte da cui in questo caso trae ispirazione, in fondo credo che il compianto De Andrè fosse uomo di spirito.
Questa brillante composizione affronta un tema scottante, un vero scandalo dei nostri tempi a cui credo bisognerebbe porre rimedio prima che sia troppo tardi. No, non sto parlando del Jobs Act, questa è una cosa seria. Sto parlando del dramma dei Babbi Natale che infestano le facciate dei palazzi appesi ai balconi. Voglio dire, Babbo Natale nasce per guidare spericolatamente in una notte di Dicembre una slitta a traino multirennale, e noi lo confiniamo nella immobilità appeso a un balcone ? Se mi passate il paragone, è come fare scendere il capitano Kirk dal ponte di comando dell'Enterprise, interrompere la sua missione quinquennale alla ricerca di nuove forme di vita e di nuove civiltà e metterlo con Spock e Lapo Elkann in una 500. Vabbè, Spock ha un senso logico-fantascientifico nel discorso, Lapo Elkann mi è venuto in mente sia legato alla 500 sia come emblema del compagno di viaggio con cui non vorrei fare più di mezzo chilometro prima di sentire un intenso bisogno di scendere io o scaraventare giù lui. In ogni caso, non credo di essere l'unico a sentire il desiderio di fare cose cattive a costui, e non solo in questo continente. 



Ma non divaghiamo e torniamo alla poesia. In agili brevi versi pieni di ritmo, l'autrice tratteggia il dramma esistenziale dell'uomo grassoccio con la barba bianca e un orrendo vestito rosso (ehi, niente di autobiografico, e poi sto malissimo in rosso) appeso suo malgrado ad una squallida parete condominiale nel gelo invernale. La composizione trasuda dolore e umiliazione in un vigoroso crescendo drammatico che prelude alla minaccia finale, svelata in un cinico sarcasmo. Credo di non poter fare miglior complimento a questa promettente autrice dicendo che io stesso non avrei saputo fare peggio.


Tutti salimmo a stento
Agguantando la roba stesa
Noi che ondeggiamo al vento
Da una scaletta appesa

Le renne travolse il cielo
E con loro tutta la slitta
Gonfia la tuta al gelo
Dalla cromia scarlatta

Prima che fosse Natale
Ci comprarono in un negozio
Appenderci al davanzale
Il diletto del loro ozio

Chi ci mise un bel dì in commercio
Non avendo altra idea migliore
Penzolo come un cencio
provi a svolgere il suo mestiere

Chi ci scelse a decorazione
Da furor natalizio preso
Pandoro e panettone
gli vadano di traverso

Chi derise la nostra postura
Ed il fare da ladro sorpreso
Capisca quanto è dura
L’ascesa e del sacco il peso

La vicina che non si astenga
Dallo scuoterci incuriosita
Nelle mutande alberga
Come una taddarita

 Meditiamo per tutti vendetta
Quando ritorneremo al camino
Di scartar non abbiate fretta
Quel che vi lasceremo in dono.

(Dai Faber, si fa per scherzare)


2 commenti:

venus ha detto...

C'è gente strana in giro...

SympathyForTheDevil ha detto...

E quel che è peggio, sotto le apparenze più normali ...