venerdì 31 dicembre 2010

B-Side, ovvero questione di culo


Sono le sette e cinque di una serata invernale fredda e umida. Sto andando in ospedale. Alla Torre delle Medicine, che nome pomposo. Trafelato, in leggero ritardo. Cielo grigissimo, è buio praticamente dalle tre. Cammino di fretta a testa bassa sotto una pioggerella leggera e fitta che vorrebbe diventare neve, alternando il nulla cerebrale a rapidi tuffi nei miei pensieri. Giunto alle porte scorrevoli capto vagamente una presenza che arriva di lato, cammina nella stessa direzione ed entra dalla porta accanto. Ci dirigiamo verso la scala mobile che unisce piano terra e secondo piano. Il primo non esiste e devo ancora capire perché. Al momento di salire mi rendo conto che è una donna e cedo il passo.
Salgo immediatamente dietro e mi rendo conto di una cosa a cui non avevo fatto caso in tutti i giorni in cui sono andato in quel reparto. La scala mobile è decisamente ripida e ha gradini altissimi. Ciò significa che mi trovo esattamente ad altezza occhi il fondoschiena di chi mi precede. All’inizio ho il dubbio di trovarmi faccia a faccia con un rappresentante della maggioranza di governo e non capisco perché sale le scale mobili girato all’indietro. Scaccio in un attimo questa immagine orrenda, con una sghignazzata interiore, e torno in me. Prende il sopravvento il prodotto di milioni di anni di evoluzione più o meno riuscita del genere maschile e passo alla contemplazione di un ragguardevole lato B in un paio di jeans aderentissimi. Sono un uomo con dotazione ormonale nella media, credo. Se mi capita davanti un bel sedere lo guardo, e non provo il minimo senso di vergogna a dirlo.
Il primo cruccio è la staticità della situazione. Il movimento verticale e senza scosse che coinvolge entrambi mi priva del piacere di una camminata ondeggiante. Prego per un blackout che ci costringa a salire camminando, ma niente. Ci muoviamo immobili nella stessa direzione, separati da due gradini, e mi sento Achille che non raggiungerà mai la tartaruga. In compenso, il silenzioso dialogo da me intessuto con quel posteriore mi apre scenari imprevisti sui collegamenti tra natiche e cervello. Credetemi, vi prego. Non ansimavo forte, non ho fatto apprezzamenti, non ho fischiato e men che meno allungato le mani, non c’era nemmeno il rumore di gocce di saliva che cadevano sui gradini. Solo il ronzio impercettibile della scala mobile a rompere il silenzio tra i miei due (malconci) neuroni e i suoi due (apprezzabili) glutei. Cosa li abbia connessi non lo so. Eppure, subito prima della fine della scala mobile, la proprietaria dell’oggetto delle mie attenzioni si gira e mi guarda.
Con un lievissimo momento di imbarazzo nel quale, tanto per rimanere in tema, indosso la mia migliore faccia da culo, incrocio lo sguardo di quella che si rivela una ragazza dal volto anonimo con un gran bel paio di gambe. Fine corsa e sbarchiamo al secondo piano. Rallentare volutamente per starle dietro a proseguire lo studio mi pare brutto, quindi procediamo affiancati. Dopo trenta passi io giro a destra verso gli ascensori e lei tira dritto verso il bar. Noto che ha delle scarpe che non mi piacciono. E, dopo quei quindici intensissimi secondi di scala mobile, tutto finisce. Prendo l’ascensore con un signore anziano e grassoccio, in pigiama. Fisso il pavimento fino al sesto piano. Chissà se nella vita è tutta questione di culo.

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