sabato 28 gennaio 2012

Scosso

Sono appena rientrato in casa dopo una giornata di lavoro. Ho buttato il giaccone sul divano e accendo la tele mentre mi dirigo in cucina a tagliarmi due fette di salame. Sto per scalciare via le scarpe quando l’angolo di soffitto sopra la tele inizia a muoversi su e giù e la terra mi dondola sotto i piedi. Ci metto un attimo a realizzare. Terremoto. Ne sono venuti altri, passerà, penso.  Non smette. Cazzo, non smette. Mi lancio verso la porta di uscita poi ci ripenso e torno indietro, afferro le chiavi e schizzo fuori, il tutto mentre la casa continua a sussultare. Abitando a piano terra, in un attimo sono in strada.

Tutto fermo ora. Mi guardo intorno, in strada c’è solo una signora che abita nel palazzo di fronte, le faccio un cenno di saluto. Inizio a sentirmi discretamente idiota. Per darmi un contegno, inizio a verificare la presenza di eventuali crepe esterne cercando di assumere un’aria molto assorta e competente, il che risulta complesso dato che mi intendo di edilizia come di letteratura del Burkina Faso. Mi rendo conto anche del fatto che la temperatura è attorno a zero e sono in strada con una felpa di cotone. Un rapido esame di pro e contro mi convince che è meglio scommettere sulla tenuta antisismica del palazzo che morire di polmonite, annuisco con fare convinto alla mancanza di crepe evidenti nell’edificio, scambio un sorriso complice da sopravvissuti con la signora e rientro.
Mentre salgo i tre gradini verso casa mia sento i vicini dell’ultimo piano che scendono urlando. O se la sono presa molto comoda nell’evacuazione o hanno avuto il panico a scoppio ritardato. Rientro e provo a telefonare, ma la rete è congestionata. La tele è rimasta accesa e ridacchiando mi accorgo che ho ancora il telecomando in mano. Lo appoggio e riparto dal punto in cui ero rimasto. Mi levo le scarpe e tiro fuori pane, salame e birra.
Se mi vuoi, destino, non mi avrai a pancia vuota.  

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