Avvertenza

Mi sono reso conto che diversi post sono legati a un brano musicale di Youtube che contengono e sono assolutamente incomprensibili senza quel video. Se l'account di chi ha pubblicato quel brano viene cancellato, il video sparisce. Non ho nessuna voglia di mettermi a ripercorrere tutto per vedere se questo è successo, ma se vi imbattete in un post che fa riferimento a un brano che manca, mi fareste un piacere segnalandomelo. Thanks.

lunedì 31 ottobre 2011

Highway to hell

La strada è stretta. Poco più di una carraia, asfaltata, allargata nel tempo, ma resta una strada di campagna. Non c’è nemmeno la linea di mezzeria, solo ai bordi. Per sfuggire al traffico della statale ci si butta sempre più gente, è sempre più affollata. Di lato c’è un fosso che poi diventa canale, dalla parte opposta case affacciate direttamente sulla strada. Ogni volta che incroci un’altra auto non sai se arriverai a casa con lo specchietto retrovisore. Procedo a velocità di crociera e tu mi piombi alle spalle. Hai una familiare chiara, ma secondo me dentro sei una testa di suv. Già la gente che mi si incolla al paraurti mi innervosisce su strade normali, figuriamoci qui. Vuoi passare, vero ? Ti sei già sporto due volte per vedere se ce la fai. Io non ho fretta, mantengo il mio passo tranquillo.
A un certo punto, pian piano, inizio a rallentare. Scambi il mio decelerare per un invito, per un lasciarti strada. Beh, non lo è. C’è una cosa che tu non sai. Faccio questa strada molto spesso, la conosco bene. Tra cinquanta metri c’è un dissuasore di velocità mostruoso. Sarà alto venticinque centimetri e ha quasi gli spigoli. Io ci passo sempre a passo d’uomo. Tu ci stai arrivando a novanta all’ora, direi. Mentre continuo a rallentare per affrontare il mostro, vedo le tue luci rosse, ma è tardi per frenare. Complimenti, davvero. Era da tempo che non vedevo un’auto staccarsi da terra con tutte e quattro le ruote.
A riportarti sulla terra, credo che sarà il conto del meccanico.

mercoledì 5 ottobre 2011

Va bè se proprio te lo devo dire

Il fatto è recente. Nonciclopedia, sito satirico, si autosospende perché Vasco Rossi si è sentito dileggiato e ha minacciato azioni legali. Va bè, Vasco, se proprio te lo devo dire te lo dico. Qui oltre al fegato c’è spappolato dell’altro. Vogliamo dire che sono almeno dieci anni che fai delle canzoni lassative ? E tanto per fare un esempio, e devo dirtelo ad ogni costo, se c’era una cosa di cui non si sentiva davvero il bisogno, insieme all’ennesima legge salvaberlusconi, era una cover di merda di Creep. Io spero che come minimo adesso la Combriccola del Blasco ti prenda a calci in culo dal bosco a Zocca e ritorno. E che Toffee non ti passi l’asciugamano bianco, lo lasci sul divano, se ne sbatta se hai freddo e ti faccia venire una sciolta leggendaria. E che Albachiara si incazzi come una bestia perché la stai a guardare mentre si sfiora nella sua stanza ( tutto il mondo fuori e solo tu a rompere i coglioni, ma dai ) e se ti incontra mentre cammina per strada con la faccia pulita ti tiri in fronte la mela e anche i libri di scuola. E soprattutto spero che tu un giorno abbia l’occasione di farti la Monica Bellucci e che in quel momento arrivi Alfredo e ti sfracelli le palle con una pezza infinita di discorsi seri e inopportuni e per colpa d’Alfredo lei se ne vada con Clarence Seedorf. E mi auguro che i Radiohead non si bevano la scusa che è colpa del whisky ma Thom Yorke ti ci mandi solennemente.

Minchia, Vasco. Su Nonciclopedia lo avevano massacrato.
Hai meno sense of humour di Gigi D'Alessio. 

domenica 25 settembre 2011

Romagna Mia 10 - Karaoke

Ogni volta è una botta a tradimento mentre scendi per iniziare una dura mattina di spiaggia. Un foglio a pennarello o una scritta sulla lavagna del menu. In duplice versione, a seconda che scriva il barista acculturato o l'altro. Stassera, o stasera, karaoke. E una fitta di dolore ti attraversa. Anche stassera, o stasera, non si dorme.
E' stas(s)era. Dopo un' Odissea di pizzeria, sala giochi, gelateria, bar, rientri e vai incontro al destino. Fa un caldo infernale, quindi di finestre chiuse non se ne parla. Sono dalla parte opposta del palazzo, ma per un misterioso gioco di correnti d'aria l'onda sonora si incanala tra strade e cortili e si schianta direttamente contro le mie finestre. Aperte, inermi, che non oppongono resistenza. Il bar sarà cinquanta metri quadrati, ma i volumi sono da rave party ed è risaputo che piadina e sangiovese devastano il cervello molto più di ecstasy o qualunque altra droga sintetica. Ok, sono pronto. Cominciamo.
Debutta una donna. Una imitatrice di Patty Pravo. Già qui ho il desiderio, anzi il "Pensiero Stupendo", di scendere e vedere se ad imitare la bionda, esile, diafana, eterea ragazza del Piper è una matrona romagnola di 88 chili, ma mi tengo la mia curiosità. Lazzi e applausi. Segue un falsettista drammatico, non trovo altro aggettivo. Giuro, non sono riuscito a capire che pezzo cantasse. Più lazzi che applausi. Tocca ad un cantante di ispirazione probabilmente confidenziale. Talmente confidenziale che sussurra più che cantare, non si sente quasi niente e devo dire che è quello che apprezzo di più. Poi, il picco, la sorpresa che è sempre in agguato. Una donna che canta quasi bene "Almeno tu nell'universo". Sono tentato di unirmi agli applausi, ma a seguirla è un devastante urlatore che canta (anche se canta in questo caso è una parola grossa) "Quella carezza della sera". Non so quando è che si definisce qualcuno stonato. Se azzecca meno del 75, del 50, del 25 per cento delle note ? Ma quando uno ne azzecca zero, cosa puoi dire ? E' la seconda volta che ho voglia di scendere, stasera, ma stavolta per andare a congratularmi con quest'uomo per il suo coraggio. Segue voce maschile con impostazione finto lirica che canta "La fisarmonica", interlocutoria, seguita da altro uomo che attacca "Barbera e champagne". Evidentemente di entrambi si è fatto ampio uso, perchè parte un coro di avventori più sbronzi degli Stones ai tempi della registrazione di Exile on Main Street.
Poi, il tracollo. Risate, urla di compiacimento, cori da stadio, urla. Si impadronisce del microfono il bagnino, tasso alcolico impresentabile, e si introduce con un delirante discorso autocelebrativo con almeno tre doppi sensi a sfondo erotico che suscitano boati di compiacimento, prima che "Romagna mia" ci sprofondi tutti nel tunnel delle ballate romagnole.
Qui, ho due alternative. O mi sfondo di quel bianco frizzante che è in frigo, scendo e mi metto a cantare Abomination Reborn, o metto sul piatto della bilancia l'ipotesi di chiudere le finestre. Una zanzara, che finisco con il quotidiano del giorno sul muro della camera, mi fornisce l'alibi che cercavo. Meglio chiudere.

sabato 3 settembre 2011

Romagna Mia 9 - Maicol & Saimon

Se si chiamassero Michele e Simone e fosse un vezzo familiare chiamarli così, passi. Anche io nella mia turbolenta infanzia sono stato chiamato con un nomignolo spagnoleggiante, ma con l’aiuto di un bravo psicologo ho superato il trauma. Se fosse solo che hanno genitori esotici che li hanno chiamati Michael e Simon, non sarebbe il massimo, a bambini italiani in Italia metti nomi italiani, ma passi anche questa. Ma perché ho il serio dubbio che queste due creature all’anagrafe siano registrate come Maicol e Saimon ? E non all’anagrafe di Liverpool o di Boston, a quella di un qualunque paesotto di provincia italiano.
Andiamo avanti. Maicol e Saimon sono una evoluzione, cosa che non credevo possibile, dell’orfanello da spiaggia. I miei venticinque lettori (Dio, quanto mi piace sentirmi manzoniano) ricorderanno che l’orfanello da spiaggia è il bambino mollato dai genitori a rompere i coglioni a tutta la spiaggia. Ecco, loro sono oltre. Sono scassacazzo col beneplacito genitoriale. Sfrantumatori di marroni autorizzati. I genitori sono presentissimi, fin troppo dato che anche loro fanno casino per dodici. Ogni tanto si danno di gomito compiaciuti alle prodezze dei figli. “Guarda, guarda Saimon che bravo !” Saimon sta maneggiando il remo del pattino ed ha già costretto due mamme con bimbi sotto l’anno ad una frettolosa evacuazione che neanche Bloomberg con l’uragano Irene a New York. “Sì sì Maicol bravissimo ma fai attenzione … ” Maicol sta lanciando palle di sabbia a suo fratello nel bel mezzo della passeggiata acquatica e ha già centrato un pensionato che ho colto lanciare maledizioni modenesi degne di un documentario di Rai5.
Alla fine, credo di stare per avere la mia vendetta. I due mostriciattoli esagerano e papà entra in acqua. Imponente, fare minaccioso, vocione stentoreo. “Maicol! Saimon! Adesso basta! Adesso basta altrimenti … “. E io dentro di me gongolo. Ipotizzo che questo rigurgito di autorità paterna preluda a cose naziste, torture indicibili, punizioni da Guantanamo. E mentre sogno i due a testa rotta come un pacifico manifestante al G8 di Genova, papà conclude la frase. “ … altrimenti vi faccio vedere io!!”. Altrimenti vi faccio vedere io ? Ma stai scherzando vero ? No, la spiaggia vuole che scorra sangue. Tu ora dettagli minuziosamente e fornisci particolari. Voglio un elenco di fratture, voglio un calendario di privazioni che includa obbligatoriamente playstation e gelati, voglio sentire che gli sfili la colonna vertebrale e ci fai il flauto traverso come al nonno di Nico di Aldo Giovanni e Giacomo.

Altrimenti, ti faccio vedere io.

lunedì 8 agosto 2011

Romagna Mia 8 - I want to be a star

Dialogo veramente avvenuto da un ombrellone all'altro.Una signora sulla settantina si rivolge ad una tra i quaranta e i cinquanta.

"Posso dirle una cosa, signora ?"
"Ma certo, dica"
"Sa che suo marito è proprio un bell'uomo?"
"Oh, la ringrazio"
"Sì sì davvero ... ora non si offenda eh, non sarà come lui, ma è proprio uguale a Parolisi."

Niente sociologia da spiaggia sulla imperante mediatizzazione di casi di cronaca e sui quindici minuti di notorietà che ognuno di noi può avere, non he ho voglia. La butto sul personale.
Ma Paul Newman, Sean Connery, Marlon Brando, Alain Delon, Al Pacino ? No, eh ?
No, Parolisi.

Però vaffanculo e cambia gli occhiali, nonna.
Non è vero che gli somiglio.

giovedì 7 luglio 2011

Soltanto parole, parole tra noi ... (2)

E’ giunto il momento di dare voce ad un’altra parola dimenticata. Già vive in una terra desolata tra “obliquo” e tutta la famiglia di “oblivione”, non può certo essere al settimo cielo. Aggiungiamo che si tratta di una parola abbastanza tecnica e quindi necessariamente un po’ trascurata e capiremo tutta la sua sofferenza. Oggi mi schiero a favore di “obliterare”. So che il significato primo e letterale è altro, ma noi possiamo aiutarla e darle un poco di vita ogni volta che prendiamo un mezzo pubblico. Certo, anche io dubito che il portoghese abituale inizierà a munirsi di biglietto per salvare una parola. Lasciamo perdere l’abbonato, è esentato dal collaborare. Ma il non abbonato cosa fa, o dovrebbe fare, ogni volta che sale su un autobus ? “Timbra” il biglietto, in genere. Qualcuno lo “bolla”. Capita che lo si “annulli”. Di fondo, lo si “paga”. Nel trionfo della genericità, si “fa” il biglietto. E "obliterare" rosica. Allora, la nostra missione per i prossimi giorni è la seguente. Ogni volta che si sale su un autobus, individuare un compagno di viaggio e fingendo di avere le mani impegnate chiedergli con un bel sorriso "Potrebbe obliterarmi il biglietto, per favore?"
Però ho un sogno segreto. Proverei immensa stima e ammirazione per qualcuno che in analoga situazione avesse il coraggio di dire " Mi perdoni, mi userebbe la cortesia di obliterarmi il titolo di viaggio? "

venerdì 3 giugno 2011

lunedì 30 maggio 2011

What A Wonderful World

Oggi mi sono recato all’ufficio postale. In sé, non è una notizia che cambierà le sorti dell’umanità. Però, sono successe cose strabilianti. Il telecomando del cancello ha funzionato al primo colpo. Quando mi sono immesso sulla provinciale, uno ha rallentato per farmi immettere nel traffico. Ho trovato da parcheggiare praticamente davanti alla porta. Non c’era nessuno in coda. L’impiegata non era al telefono. I terminali funzionavano perfettamente. La stampante non si è inceppata. La somma dei bollettini ha miracolosamente dato un importo tondo e non mi sono riempito le tasche di monetine rosse. Era una giornata di cielo terso e sole splendente, calda ma non troppo, moderatamente ventilata, con una umidità accettabile.
 
Quando sono tornato a casa, squillava il telefono. Ho risposto, e non era Uma Thurman che mi ricordava di quella seratina che avevamo in ballo.
Ci sono rimasto male. 

sabato 21 maggio 2011

Soltanto parole, parole tra noi ...

Ho deciso di lanciare una campagna di solidarietà. Sento già voci che protestano. Uffa, ancora, un’altra, che strazio. No. Niente vittime di tsunami, niente terremotati, niente rare malattie genetiche, niente animali in estinzione,  niente di tutto ciò. Sto pensando a solitudine, abbandono, disinteresse, alla tristezza del sentirsi inutili e non considerati. A lunghi anni trascorsi dimenticati tra polvere e silenzio in attesa di qualcuno che si ricordi della loro esistenza. Non vi si stringe il cuore pensando a quante parole giacciono nelle pagine dei vocabolari senza che nessuno o quasi si ricordi di loro? Io mi commuovo ogni volta. Mi capita di sfogliare le pagine solo per ritrovare certe parole, pronunciarle e farle sentire meno sole, almeno per un attimo.

Prendiamo ad esempio il derelitto “ recarsi ”.
Tutti voi, tutti noi ultimamente saremo “stati” al supermercato. Molti ci saranno “andati”. Qualcuno ci sarà “passato”, i più atletici ci avranno” fatto un salto”, i frettolosi ci avranno “fatto una scappata”, chi ha tempo da perdere ci avrà “fatto un giro”. Ma guardiamo in faccia la realtà. Chi, ultimamente, ha detto “mi reco al supermercato” ? Pochi, per non dire nessuno. Forse in qualche denuncia alle autorità si leggerà “ … il derubato si stava recando …”. E mentre andare e stare si pavoneggiano pieni di sé sulla bocca di tutti, recarsi piange sommesso negli anfratti della lettera R, solo e dimenticato tra recapito e recedere che non è che se la passino meglio. Possiamo fare qualcosa per lui, credo. Forse è poco, ma a volte basta un piccolo gesto per fare sentire una parola meno sola. Da domani, per tutta la settimana, recatevi al lavoro, recatevi all’ufficio postale, recatevi in banca. Non andateci, non passateci. Recarcisi è molto più elegante, potreste sentirvi molto trendy e chic. Non vi costa nulla e farete felice il povero recarsi. Meglio ancora, gli arrecherete gioia e felicità.
Grazie a tutti, anche da parte sua. A proposito, mi sta venendo fame.  Mi reco a cena.

martedì 10 maggio 2011

Amaro.

Primo pomeriggio. Passa il Giro, la grande kermesse, la carovana rosa, e si ferma il mondo. Maledico pigramente le due ore di quarantena da interruzione del traffico, ma non devo andare da nessuna parte e la cosa risulta indolore. Pancia piena, da programma dovrebbero passare tra poco. Scendo in strada ? Non ne ho nessuna voglia, quindi mi appollaio alla finestra. In leggero anticipo, inizia a passare qualche auto della carovana. Poi quattro ciclisti. Non riesco a capire se sono cicloamatori o un gruppetto in fuga, ma vanno decisamente forte e mi sbilancio sulla seconda ipotesi. Poi, in un lampo, tutto il resto. Inizio corsa, ambulanza, ammiraglie, polizia, ammiraglie, polizia, motociclette, la RAI. Eccoli. Tratto pianeggiante e drittissimo di statale e il gruppo è ancora compatto, tutto si riduce ad una macchia di colore variopinta composta di tanti puntini colorati che sfrecciano. C'è già qualcuno attardato. Altre ammiraglie, ambulanza, polizia, fine corsa. Tutto finito, gli addetti iniziano a spostare le transenne, ricomincia il traffico, il mondo riparte.
E' sera, accendo la tele. "Tragedia al Giro". Mi fermo e ascolto il servizio su quel che è successo. Eri in mezzo al gruppo. Ti ho visto passare, eri solo un puntino ma ti ho visto passare. Sei passato in mezzo alla mia normalità, alla mia vita quotidiana, sulle strisce pedonali che attraverso ogni giorno, vicino ai miei rifiuti differenziati, davanti alla panetteria. E non avevi la più pallida idea che lì ci fosse la mia vita, pedalavi concentrato con gli occhi sulla strada, gocce di sudore, battiti cardiaci intensi, respirazione affrettata, sulla strada che porta al mare, la stessa che feci un sacco di anni fa per andare a sentirmi dire da lei che c'era un altro. E un paio d'ore dopo che ti avevo visto per una frazione di secondo, in una frazione di secondo sei morto.
Non ti conoscevo, non so nulla di nulla di te. Ma senza scomodare i massimi sistemi e la caducità dell'umano esistere, la tua morte è una cosa che mi lascia una sensazione indefinibile. Un gusto amaro in bocca.

domenica 24 aprile 2011

Accetto il crucifige, e così sia.

Pasqua. Ancora tempo di grandi domande. Passione, sacrificio, resurrezione. Teologi, filosofi, pensatori vari ci sono scervellati sopra. Non sarò io, un umile ex-teppista di periferia più o meno evoluto, ad avere qualcosa da aggiungere. Notizie tipo la mia preferenza per la cioccolata fondente o la presenza di Rock'n'roll Nigger in Easter di Patti Smith non sono particolarmente rilevanti. La mia domanda pasquale è più terra terra, ed è la seguente. Ammesso che sia necessario avere studiato, che tipo di studi bisogna fare per intraprendere una eventuale carriera di ideatore/progettista di giochini e regali che si trovano nelle uova di pasqua ? Essere stati in ospedale psichiatrico è utile nel curriculum ? E il ricorso a droghe di sintesi nella loro ideazione è un fatto ormai assodato ? Due anni fa, mi pare di ricordare un atroce  gioco dell’oca a tema, e il fatto di aver dimenticato il tema non depone a favore della genialità dell’idea. L’anno scorso, in abbondanza di uova, un portachiavi a forma di delfino e un mostro spaziale da montare.
Quest’anno, il tripudio. Dall’uovo esce un gorilla a molla con relativo canestro e palla. Incrocio lo sguardo di mio cognato ed è questione di un attimo. Di colpo i bicchieri si spostano, la colomba cambia lato del tavolo, gli aneddoti sulle vecchie zie perdono interesse (sto mentendo, non ne hanno mai avuto e se ne avessero avuto lo hanno perso alla sedicesima volta che li sentivo). L’uovo era probabilmente per bambini fino a dieci anni e noi ne abbiamo una novantina in due, ma questo non ci ferma. Va bene, farò outing fino in fondo, non nasconderò nulla. Ho passato parte del pomeriggio di Pasqua impegnato in una accanita sfida di basketgorilla contro mio cognato tra scuotimenti di testa e sguardi incendiari di compatimento familiare.
E ho anche perso, ma lui aveva bevuto meno.

sabato 16 aprile 2011

Money makes the world go round

Agenzia delle Entrate, non si fa così. Io vi avevo creduto. Avevate detto che non volevate averle. Che vi fidavate di me. Che per semplificarmi la vita mi esoneravate dalla presentazione. E adesso venite a dirmi che ci avete ripensato. Volete dare una controllatina alle mie ricevute. Del 2007. Bontà vostra, vi accontentate di copia fotostatica. Che devo spedirvi. Altrimenti non mi confermate i dati. Me li rettificate. Come sapete minacciare burocraticamente, voi.  Io, il dichiarante, non vi dico cosa penso di questa richiesta. Nemmeno cosa ne pensa il mio commercialista, che aveva un mazzetto di letterine simili.
E nemmeno cosa potreste farci con la documentazione del rigo E1.

Ma adesso ho una curiosità da togliermi. Una domandina sola, semplice semplice. Ma voi che mi state chiedendo dopo tre anni le ricevute delle otturazioni e dei prelievi per trigliceridi, HDL, LDL, siete gli stessi che con lo scudo fiscale hanno concesso di far rientrare dall’estero tonnellate di euro spesso di dubbia provenienza pagando una sciocchezza con anonimato e non punibilità ? Sicuramente la risposta è no, e chiedo fin da ora scusa per l’incomodo e per la mia perfida malignità. Perché se per un inimmaginabile, impossibile, deprecabile caso la risposta fosse sì e voi foste gli stessi, allora non potrei esimermi da un pensiero per voi tutti, nessuno escluso, citando il mio rampollo nel post precedente.

Dal SuperVministVo dell'economia in giù, a tutti quanti.
Ma vaffanculo vaffanculone.


martedì 22 marzo 2011

Un Vaffanculo Non Fa Primavera

I primi giorni di primavera riportano alla mente ricordi sepolti. Brezze carezzevoli, i primi tepori, raggi di sole tra le nuvole. A molti verranno in mente cose romantiche come il primo bacio, il primo amore, e così via. La gente normale che ha figli probabilmente ha miriadi di ricordi, dai primi passi del pargolo alla prima parolina alla prima pappa e via rimembrando. A me, non so perché e non ho voglia di spendere soldi per farmelo dire da uno psicologo, ai primi soli torna in mente il primo vaffanculo di mio figlio.
La location è un piccolo parco giochi di paese, direi un pomeriggio di sabato. Papà, mamme, nonni, bimbi, giochi, grida, l'ordinario corredo di una bella giornata. Mi perdo in chiacchiere da nulla col papà di un altro bambino. Ad un certo punto nasce una questione di precedenza per l'uso dello scivolo, che a quattro anni è una faccenda di estrema serietà. Ai piedi della scaletta, mio figlio è costretto ad attendere il suo turno, e ci sta. Ma quando viene guardato con aria provocatoria dall'altro bimbo che ha già messo il piede sul primo gradino e volutamente non si muove, al mix di scherno e sfida qualcosa scatta in lui. Lo guarda con occhi di fuoco, gli spara un "vaffanculo" e fa per allontanarsi. Poi, dato che un semplice vaffa non gli pareva abbastanza per l'entità dell'affronto ricevuto, si ferma, torna dal rivale e rincara la dose con uno spettacolare "vaffanculo vaffanculone".
Chi non ha figli e non ha responsabilità educative non può capire cosa passa in un momento simile nella mente di un genitore. Indeciso tra l’high five e il rimprovero, sotto lo sguardo gelido della mamma dell'altro bimbo cerco di non incrociare gli occhi dell’amico con cui stavo chiacchierando. Mantenendo a fatica un livello di serietà accettabile, opto per qualcosa di politicamente corretto e lo tiro fuori tutto di un fiato mascherando una sghignazzata.

"BambiniNonDiteLeParolacceNonLitigateGiocateTuttInsieme"

E sorrido viscidissimo alla mamma dello sfanculato. 
Dentro, la miglior standing ovation mentale della mia vita.

venerdì 4 marzo 2011

E' caduta la neve


E' caduta la neve e tu non c'eri.
Mi è sembrato uno spreco di bellezza.
Un inutile gelido biancore
spogliato di magia senza di te,
soltanto inverno.

(Annalena Aranguren, remixed)

mercoledì 16 febbraio 2011

Mobilità (In)Sostenibile

Chiunque abbia la patente e guidi regolarmente non può non aver fatto questa esperienza. Vi trovate in auto su una strada qualsiasi, dove per traffico e visibilità è praticamente impossibile sorpassare. Avete davanti da tempo immemorabile un lentissimo, ingombrante, puzzolente camion, preferibilmente con rimorchio. Nelle versioni più hard di questo incubo, ha un accecante antinebbia posteriore acceso da decine di chilometri. Avete quasi perso ogni speranza quando ad un certo punto, increduli, lo vedete mettere la freccia e svoltare. Il cuore si apre, canti di gioia vi sgorgano dal petto, un sorriso vi illumina e il piede schiaccia l’acceleratore. Ma a qualche centinaia di metri c’è un incrocio, e lo vedete in distanza, inesorabile e spietato, che si avvicina. E’ un altro camion, gemello al precedente per stazza e velocità, e si immette nel traffico immediatamente davanti a voi.

La domanda è sempre quella. Perché ?

C’è chi crede nel caso, e si rassegna. Chi, fatalista, ritiene sia destino. Qualcuno pensa che sia una punizione per i peccati commessi e passa in rassegna i propri comportamenti. L’ottimista che ha visto Sliding Doors pensa che grazie a quel rallentamento la sua vita subirà modifiche fondamentali. Il pessimista anche, ma le modifiche sono molto diverse. Il credente pensa che sia un intervento divino per non tentarci con le alte velocità e salvaguardarci da incidenti, l'ateo trova conferma dell'inesistenza di Dio, il satanista trova conferma dell'esistenza del Demonio (maiuscoli, per par condicio). Il masochista ha orgasmi multipli e il sadico fantastica di riciclarsi camionista. Il filosofo rivede le sue teorie sul caos respirando gasolio. L’automobilista di sinistra, consapevole che la rimonta della sinistra sarà più lenta di quel TIR, inizia a fischiettare l’Internazionale e si accoda a pugno chiuso pensando solidale al compagno camionista alla guida. L’automobilista di destra tenta il sorpasso alla cieca con gestaccio al camionista e questo fa sì che molti platani lungo le statali siano cosparsi di rottami di SUV e le aree di servizio di denti e frammenti di mandibole di automobilisti di destra. Il camionista è con ogni probabilità un extracomunitario stravolto che guida da diciassette ore consecutive, in tre giorni deve scaricare a Bucarest e a Oslo e non accosterebbe per fare strada nemmeno se gli apparisse Madre Teresa di Calcutta in guepiere.
Ho elaborato una mia teoria sul fenomeno dell’OTR (Onnipresenza del Tir Lento). Il mondo ha bisogno di un certo tasso di stupida cattiveria. Le cose come le guerre, bruciare senzatetto per gioco, i sindaci leghisti, le dichiarazioni di Gasparri e gli atteggiamenti di la Russa, le violenze di gruppo, i combattimenti di cani, i lager, i comizi di Borghezio, i bambini soldato, leggere Il Giornale (maiuscolo, è una specifica) e così via servono a fornire cattiveria su larga scala. Ma per la quotidianità esiste una organizzazione, coordinata da qualcuno di demoniaca malvagità, che ha messo in orbita attorno al globo una rete di satelliti collegati con una flotta di TIR dislocati per tutto il pianeta in attesa nei punti strategici. Ogni satellite è dotato di sensori raffinatissimi, tarati per rilevare con estrema precisione nelle onde cerebrali il tasso di incazzatura globale degli automobilisti, che ovviamente rimane altissimo finché c’è coda dietro il TIR. Non appena il TIR svolta e l’incazzatura scende vertiginosamente a picco, il satellite rileva immediatamente il calo e in tempo reale invia un impulso al camion più vicino che nel giro di pochi minuti è in grado di mettersi di nuovo davanti a voi e ripristinare un accettabile tasso di cattiveria nella fila che si crea.

Se avete altre spiegazioni, vi ascolto.

lunedì 17 gennaio 2011

Escort

In questi tempi si fa un gran parlare di escort. Da bravo curioso, ho cercato per un attimo di immedesimarmi. Sì, lo so che avere barba e baffi, un sacco di cicatrici da sport vari e essere un tantino sovrappeso non è un buon inizio per mettersi nei panni di una escort e che con un tubino addosso sarei orrendo. Ma non è di questo che stiamo parlando. Non essendo un frequentatore della categoria potrei sbagliarmi, ma mi pare di capire che la escort sia una signorina giovane, graziosa e disinibita che, dietro compenso, esce con uomini facoltosi intrattenendoli a cena, in un weekend, in vacanza. Pare sia possibile, dietro adeguamento del compenso, che l’intrattenimento vada oltre cene, chiacchiere e serate danzanti assumendo anche risvolti più erotici. Non mi metterò ora a fare morale, non sono proprio il tipo. Non so se siamo ai limiti della prostituzione e del suo sfruttamento, se questo configura ipotesi di reato o quant’altro. Se siamo tra adulti consenzienti e ognuno fa liberamente quel che gli pare, anche pagando se crede, io non ho nulla da obiettare. La grana è di chi compra e la merce in offerta è di chi la mette in vendita, quindi trattasi di transazione commerciale, di un incontro tra domanda e offerta che sarà il mercato a giudicare.


Mentre mi perdevo in questi ragionamenti d’alto livello, credo di essermi addormentato davanti alla tele accesa. Ho avuto una allucinazione terribile. Stavo facendo il solito zapping compulsivo e mi imbatto in una trasmissione che stava a metà tra Annozero con Travaglio sotto l’effetto di droghe sintetiche e il Tg1 con ospite la Santanchè come persona informata sui fatti, che moderata come sempre incitava a linciare qualcuno. Ad un certo punto, parte un servizio. C’è in anteprima l’intervista a una escort coinvolta in uno scandalo politico, ritrovata seminuda in stato confusionale in una via del centro di Roma. Per la crudezza, l’abiezione, l’efferatezza degli argomenti proposti, il conduttore ne consiglia la visione a un pubblico adulto. Compare una ragazza seduta di spalle, incappucciata, che inizia a parlare con voce distorta.

“ … è stato terribile. Sono giovane ma faccio la escort da tempo, ho una mia etica. So quando è il momento di aprire la bocca e quando il momento di tenerla chiusa. Sono una professionista, vengo alla festa e il cliente mi paga. Se scelgo di rimanere per la notte, so che mi pagherà di più. Ho avuto clienti con le richieste più strane. Clienti che volevano frustarmi, clienti che mi hanno chiesto di sculacciarli vestiti da scolaretti e volevano chiamarmi Signora Maestra, clienti che mi hanno ricoperta di panna montata e mousse al cioccolato e mi chiamavano pasticcino. Un industriale voleva violentarmi mentre avvitavo bulloni vestita da metalmeccanica, e dovevo votare una scheda per scegliere la posizione. Travestimenti da suora, da velina, da infermiera, da ufficialessa nazista, da ministro. Orge, rapporti multipli, incontri lesbici. Ne ho viste di ogni genere ma stavolta l’intermediario che mi ha assoldata non mi aveva detto tutta la verità, e non parlo solo dell’età del cliente che si credeva un ragazzino. Cazzo, io a ventitrè anni posso anche avere il fegato di andare a letto con qualcuno che ne ha una cinquantina di più, se paga. Mi piacciono i soldi e mi piacciono molto, questo non è un problema. Eravamo una decina e siamo arrivate in questo palazzo elegante in centro, pieno di polizia e bodyguard che hanno fatto finta di non vederci. Dopo un aperitivo la cena è scorsa via tranquilla, anche se le canzoni erano una palla e le barzellette erano uno strazio. Pazienza, il cliente era convinto di essere divertentissimo, un grande seduttore e un grande cantante, e il cliente ha sempre ragione. Dopo cena abbiamo ballato un po’ con le altre ragazze toccandoci e strusciandoci, è una cosa che facciamo sempre, ai clienti piace. Quando il padrone di casa ha detto “Vi faccio vedere qualcosa di straordinario”, ero tranquilla. “ Sarà il solito porno preparatorio per scaldare l’atmosfera”, mi sono detta. Mette il DVD nel lettore e parte un suo incontro con uno importante, un presidente di non so che nazione. Ho cominciato a capire che qualcosa non andava in quel palazzo, a sentirmi nervosa. Posso accettare un sadomaso soft, se al cliente piace, eppure avevo bruttissime sensazioni. Ma quando ha messo il secondo DVD e si è avvicinato eccitatissimo con un sorriso osceno mentre alla tele compariva un congresso di gente su sfondo azzurro che applaudiva cantando una canzoncina di gioia perché un certo Silvio c’è, ho iniziato ad avere davvero paura e sono scappata urlando. Sono una ragazza in vendita, ho un prezzo, ma tutto ha un limite. Le altre ragazze sono rimaste impietrite davanti al video, non ho potuto salvarle da quell’orrore, non potuto portarle con me, non ho potuto …”
La giovane inizia a tremare, scoppia in lacrime e l’intervista termina.

martedì 11 gennaio 2011

Pallone d'oro

Quest’anno ho detto no. Dopo lunga e onorata carriera, ho detto no alla chiamata per la stagione di calcetto. Dopo anni e anni nei quali una volta alla settimana, con la stessa puntualità di una cartella esattoriale, sono sceso in campo con una decina di squinternati pari miei, ho detto no. Niente da fare, la biologia e l'anagrafe mi remano contro. E per di più ho anche definitivamente sfasciato le gloriose scarpette. Però non è stato facile dare una risposta alla Grande Domanda. Quando è che un ultraquarantenne deve decidersi ad un dignitoso ritiro ? Ho provato a convincermi con alcuni validi motivi che di seguito vado ad elencare. Si giocava in dieci, ne ho ipotizzati dieci. Ma se ne avete altri aiutatemi pure.

Io dico che sarebbe ora di smetterla quando...

... quando le squadre si fanno non più per simpatia, affinità, amicizia, ma a peso
... quando passi le notti sveglio ad ascoltare le tue articolazioni intonare dei blues lamentosissimi
... quando l'unica prestazione degna di nota della serata è la quantità di birra post-partita che hai tracannato
... quando cominci a chiederti seriamente se in palestra hanno il defibrillatore
... quando esulti per una giocata pensando "ho fatto una cosa alla Platini" e poi realizzi che lui ha già smesso da un botto d'anni e ora fa il presidente UEFA, mentre tu sei lì ancora a sgambettare in mutande come un pirla
... quando il saluto delle mogli al ritorno a casa non è più un caldo "bentornato, caro", ma un gelido "dove ti sei fatto male stavolta, cretino?"
... quando continui a litigare col pallone e lui non ne ha colpa, è che non vi date più del tu
... quando ti rendi conto che con tutti i pezzetti di pelle, ossicini, muscoli, cartilagini ecc. che negli anni avete lasciato sul campo avreste potuto assemblare almeno due nuovi giocatori
... quando tra la palestra e la birreria diventa abituale una tappa al pronto soccorso e saluti cordialmente come vecchie amiche le infermiere all'accettazione
... quando l'innocenza dei figli gli fa chiedere quando tornate "papà, perchè quando vai a giocare torni sempre a casa zoppo?"

Vi prego, aiutatemi a resistere. Sto per cedere. E se ricompro le scarpette, è finita. Le uso una volta alla settimana, potrebbero anche durare altri dieci anni. Non smetto più.

domenica 9 gennaio 2011

Time After Time

Gli anni 50 sono stati gli anni del dopoguerra, della ricostruzione, del boom, del miracolo italiano.
Gli anni 60 sono stati anni di immaginazione e libertà, fantasia e figli dei fiori, love and peace.
Gli anni 70 sono stati anni di piombo, di terrorismo, di morti, di bombe, di stragi, di sangue.
Gli anni 80 sono stati anni di rampantismo, di yuppismo, di frivolezza e lusso e moda e ostentazione.
Gli anni 90 sono stati anni di merda, diciamolo pure.
Nel primo decennio del 2000, perfino la merda si è fermamente dissociata e ha preso le distanze.
Buon 2011 a tutti, anche a Paolo Rossi che ho citato scopiazzando e riadattando.

venerdì 31 dicembre 2010

B-Side, ovvero questione di culo


Sono le sette e cinque di una serata invernale fredda e umida. Sto andando in ospedale. Alla Torre delle Medicine, che nome pomposo. Trafelato, in leggero ritardo. Cielo grigissimo, è buio praticamente dalle tre. Cammino di fretta a testa bassa sotto una pioggerella leggera e fitta che vorrebbe diventare neve, alternando il nulla cerebrale a rapidi tuffi nei miei pensieri. Giunto alle porte scorrevoli capto vagamente una presenza che arriva di lato, cammina nella stessa direzione ed entra dalla porta accanto. Ci dirigiamo verso la scala mobile che unisce piano terra e secondo piano. Il primo non esiste e devo ancora capire perché. Al momento di salire mi rendo conto che è una donna e cedo il passo.
Salgo immediatamente dietro e mi rendo conto di una cosa a cui non avevo fatto caso in tutti i giorni in cui sono andato in quel reparto. La scala mobile è decisamente ripida e ha gradini altissimi. Ciò significa che mi trovo esattamente ad altezza occhi il fondoschiena di chi mi precede. All’inizio ho il dubbio di trovarmi faccia a faccia con un rappresentante della maggioranza di governo e non capisco perché sale le scale mobili girato all’indietro. Scaccio in un attimo questa immagine orrenda, con una sghignazzata interiore, e torno in me. Prende il sopravvento il prodotto di milioni di anni di evoluzione più o meno riuscita del genere maschile e passo alla contemplazione di un ragguardevole lato B in un paio di jeans aderentissimi. Sono un uomo con dotazione ormonale nella media, credo. Se mi capita davanti un bel sedere lo guardo, e non provo il minimo senso di vergogna a dirlo.
Il primo cruccio è la staticità della situazione. Il movimento verticale e senza scosse che coinvolge entrambi mi priva del piacere di una camminata ondeggiante. Prego per un blackout che ci costringa a salire camminando, ma niente. Ci muoviamo immobili nella stessa direzione, separati da due gradini, e mi sento Achille che non raggiungerà mai la tartaruga. In compenso, il silenzioso dialogo da me intessuto con quel posteriore mi apre scenari imprevisti sui collegamenti tra natiche e cervello. Credetemi, vi prego. Non ansimavo forte, non ho fatto apprezzamenti, non ho fischiato e men che meno allungato le mani, non c’era nemmeno il rumore di gocce di saliva che cadevano sui gradini. Solo il ronzio impercettibile della scala mobile a rompere il silenzio tra i miei due (malconci) neuroni e i suoi due (apprezzabili) glutei. Cosa li abbia connessi non lo so. Eppure, subito prima della fine della scala mobile, la proprietaria dell’oggetto delle mie attenzioni si gira e mi guarda.
Con un lievissimo momento di imbarazzo nel quale, tanto per rimanere in tema, indosso la mia migliore faccia da culo, incrocio lo sguardo di quella che si rivela una ragazza dal volto anonimo con un gran bel paio di gambe. Fine corsa e sbarchiamo al secondo piano. Rallentare volutamente per starle dietro a proseguire lo studio mi pare brutto, quindi procediamo affiancati. Dopo trenta passi io giro a destra verso gli ascensori e lei tira dritto verso il bar. Noto che ha delle scarpe che non mi piacciono. E, dopo quei quindici intensissimi secondi di scala mobile, tutto finisce. Prendo l’ascensore con un signore anziano e grassoccio, in pigiama. Fisso il pavimento fino al sesto piano. Chissà se nella vita è tutta questione di culo.

mercoledì 8 dicembre 2010

Natale

Tradizione natalizia vuole che il giorno dell’Immacolata si proceda al rito dell’albero di Natale. A qualcuno piacerà anche. Io ne approfitto per lanciare un avvertimento, invece. A partire dal giorno otto Dicembre io, da tempo ormai immemorabile, entro in una fase di assoluta irascibilità, scontrosità, intrattabilità. Non è un fatto religioso, o in minima parte. La mia frequentazione di chiese è ridotta al lumicino. Matrimoni, funerali, battesimi a cui potrei anche mandare una sagoma di cartone a grandezza naturale e nessuno noterebbe la differenza. E’ proprio l’atmosfera natalizia che mi innervosisce. Non c’è cosa che mi faccia inferocire come ricevere regali a Natale. Perché devo sottopormi alla penitenza del sentirmi moderatamente in colpa perché non mi sono nemmeno sognato di farne o peggio ancora a quella del nevrastenico affannarsi alla ricerca di qualcosa per ricambiare ? Non ho chiesto regali e mi guardo bene dal farne. Ne faccio quando mi pare, a chi mi pare, senza bisogno di aspettare ricorrenze. Per tacere dello spaventoso crescendo per cui tutto ciò che accade deve accadere prima di Natale. Dopo il ventitrè, pare che non si possa fare più nulla. Bilanci, scadenze, consegne, regali, prenota, disdici, organizza, fai spesa, dopo chiudono, fai benzina. Sembra sempre che finisca il mondo.

Ecco, siamo alla primissima mattina del giorno otto e già sono una belva con congruo anticipo. E la fatidica data del sette Gennaio, quando tutto questo finirà, è distante anni luce. Uno dei motivi per cui spero che i Maya abbiano ragione con la loro profezia è che il mondo dovrebbe finire il ventun Dicembre 2012. Almeno per quell’anno non avremo da pensare ai regali. Finalmente un anno senza alberi di Natale impolverati che riemergono dalle cantine come zombies ricoperti di palle. Senza Babbi Natale sorridenti e barbuti. Credo che dovrebbe essere consentito lanciare granate incendiarie contro quelli appesi ai balconi a simulare arrampicate, e che ci vorrebbe una standing ovation per i topi d’appartamento che si infilano nelle case scalando travestiti pareti di condominio. L’unica cosa realistica sono i presepi. Cieli di stagnola, stelle comete attaccate con lo scotch, casette sfasciate e usurate, luci fioche e intermittenti che ogni tanto esplodono, personaggi magari mutilati, storti, malconci, vestiti come straccioni costretti a fare mestieri d’altri tempi per sopravvivere, di cui ci si ricorda solo se se ne rompe qualcuno. Un perfetto spaccato della Palestina oggi, tutto sommato. Però, non voglio essere troppo cinico. In fondo, del Natale restano se non altro le grandi domande esistenziali della vita. Chi siamo. Perché siamo qui. Da dove veniamo, dove andiamo, dove cazzo parcheggiamo, prendiamo il panettone coi canditi o senza ?

sabato 13 novembre 2010

Non aprite quella porta

Voglio rivolgere un pensiero a te, geniale ed eccelso progettista della porta che nel mio condominio unisce il corridoio cantine al cortile. In particolare, al fatto che la tua brillante mente ha deciso che tra la serratura e il pomello la distanza ideale fosse di circa un centimetro. Ciò significa che per una persona con le dita di grandezza normale e un portachiavi con più di tre chiavi attaccate diventa complicatissimo girare la chiave. Io, almeno credo, ho mani standard. Di chiavi ne ho quattordici. E passo da quella porta almeno quattro volte al giorno. Pensandoti ogni volta.
Non sono una persona cattiva, non auguro male a nessuno. Ho tempo e pazienza, aspetterò che tu muoia di morte naturale. Ma dopo, spero che andrai all’inferno. Nel girone che nemmeno l'Alighieri ha osato descrivere, quello delle grandissime teste di cazzo. E che per contrappasso dantesco la tua pena sarà quella di dover rientrare per tutta l’eternità da quella stessa porta con due borse della spesa pesantissime, mentre ti suona il cellulare per la telefonata che hai atteso tutto il giorno, piove a dirotto e in terra ci sono venti centimetri di neve fradicia.

lunedì 1 novembre 2010

Halloween (Reprise, cattiva)

Mi hanno suonato anche quest'anno. Piove a catinelle, mezza giornata a sistemare casa e mezza in giro per parenti, vado verso un mese di lavoro che sarà allucinante. Tutto questo non ti mette di buon umore verso l'accoglienza di diavoletti e streghette scampanellanti. Sono in cucina, sto affettando due fette di salame prima di cena, e suonano. Lo so da subito che non sono i testimoni di Geova, che non è il rappresentante del Folletto, che il postino viene al mattino e poi come ben si sa suona sempre due volte. Ed echeggia per le scale il temutissimo grido "Dolcetto o scherzetto?"
Tanto per cominciare, in casa non tengo caramelle nè cioccolatini. Non ho biscotti. Cosa ti posso dare, tre cornflakes ? Una scatoletta di tonno ? Due sottilette e una fetta di salame ? Diciamola tutta, non voglio darti niente. Mi rompi i coglioni, punto e basta. A carnevale da piccoli ci siamo mascherati tutti, me compreso, e si andava alle feste in maschera o a passeggio sul corso. Mi stava e mi sta benissimo. Ma questo è un bis inutile, per di più a domicilio. No, non ce l’ho con te, bambino. Ce l'ho coi tuoi. Se invece di assecondare te e la moda di una festa imbecille e sguinzagliarti in giro per il condominio a sfracellare le palle al prossimo ti portavano a mangiare una pizza e poi al cinema non era meglio ?
Comunque, l'anno prossimo sto allo scherzo. Hai cominciato tu. Suona, suona pure. Ti aspetto a luci spente vestito come Freddy Krueger in Nightmare, unghie affilate incluse, metto En Vind Av Sorg dei Darkthrone a paletta, spalanco la porta e salto sul pianerottolo urlando. Se poi per tutta l'adolescenza non riuscirai a dormire con le luci spente, farai pipì a letto fino a 27 anni e dovrai andare dallo psicologo tre volte alla settimana, non prendertela con me. E' solo uno scherzetto di Halloween. E poteva anche andarti peggio, credimi. Potevo travestirmi da Gasparri. E mettere Gigi D’Alessio.

sabato 30 ottobre 2010

Halloween

Non lo posso soffrire. Non sopporto questa orgia di streghe fantasmi zombie maschere varie. Non voglio amputarmi due dita intagliando una zucca per darle una espressione cretina e metterla sul balcone o davanti alla finestra con una candela dentro. E’ una tremenda offesa. Alla zucca, che nulla sa di questi riti ed è destinata a rivivere al forno o nel ripieno dei tortelli. Se proprio volete ficcare una candela da qualche parte e non avendo letto L’Era del Porco di Gianluca Morozzi non conoscete Lajos ed Elettra, posso darvi utili consigli anche se non so se vi piaceranno. Non voglio vedere altre streghe. Vedo mostri e demoni di continuo. Ogni volta che apro una busta con dentro una bolletta da pagare, ogni volta che tento di immettermi su una strada trafficata, ogni volta che faccio una coda da qualche parte. Dolcetto, scherzetto. Bambini, lo scherzetto vero ve lo ha fatto la Strega Gelmina in consiglio dei ministri. Chissà come vi divertirete portandovi la carta igienica da casa nelle vostre belle classi da trentatrè alunni col maestro unico.
Poteva avere un senso, tutto questo. Il pensiero, il sogno di una notte che in qualche modo divenisse punto di contatto tra due dimensioni destinate a non incontrarsi. Forse una riflessione su vita e morte, forse una occasione di ricordare e porsi domande. Siamo riusciti a farne una americanata di gadget orribili, con un obbligo di divertirsi pari solo a quello del tristissimo capodanno o di un drammatico ferragosto riminese. Immaginate la scena. Entità immateriali, puri spiriti che dovrebbero affacciarsi sul nostro mondo ed entrare in rapporto con noi vengono accolti da comitive di sciamannati travestiti da idioti che tutti contenti vanno ad eleggere Miss Strega al grido “ Namo regà che è allouiin, stasera se dovemo da divertì !! ”. E allora se la notte del 31 sentite urla, lamenti, stridori dall'oltretomba non spaventatevi. Non preoccupatevi. Viene da un altro mondo, ma è soltanto un vaffanculo.

sabato 23 ottobre 2010

Che razza di Ikea

Odio il bricolage, il fai-da-te, le cassette degli attrezzi e tutto questo genere di cose. Finchè era lontana, con qualche pretesto e un po’ di mestiere sono sempre riuscito a schivarla. Ora non più. Sono arrivati anche qui. Non hanno le corna da vichinghi, non bevono sangue, ma fanno altrettanti danni.
[modalità banalpolemicodemagogico ON] Vi capisco e ciononostante vi odio, maledetti svedesi. Avete neve e freddo per un sacco di mesi all’anno, quindi cosa fate in questo lungo gelido buio ? Copulate copiosamente e ve la spassate come matti a montarvi i mobili da soli. Delle due cose, solo una mi diverte ed è quella dove non servono viti. Andando sul personale, contare le cose per me un minimo significative provenienti dalla Svezia è cosa rapida. Pippi Calzelunghe, ma solo perchè mi riporta bambino, una vaga idea di Welfare State che funziona, Michaela di Goteborg conosciuta a Lloret de Mar tanti anni fa, alcuni movimenti di Ibrahimovic col pallone tra i piedi, un immaginario di giovani bionde lascive e disinibite, La Trilogia di Millennium anche se comincia alla grande poi va in calo. Punto. [modalità banalpolemicodemagogico OFF].
Ma veniamo ai fatti. Da quando hanno aperto Ikea anche qui, ogni tanto pare che sia obbligatorio andarci. Stavolta il pretesto è importante, armadio e sedie cucina. E va bene, è arrivata la mattina. Andiamo. All’ingresso, scaccio l’ipotesi di attaccare briga al bar chiedendo un cappuccino con aringhe (anche se ho il serio dubbio che probabilmente me lo avrebbero servito sorridendo senza fare una piega e chiedendomi anche se ci volevo la panna) e inizia il tour de force nel labirinto dove vendono TUTTO. Scaccio anche l’idea di chiedere se hanno un Kofs, Stefano Benni docet, e faticosamente raggiungiamo le casse. Come temevo, ci ha seguito fin là un sacco di cose di dubbia utilità delle quali non si sentiva assolutamente la mancanza prima di uscire di casa. Però insistono per venire con noi, quindi pago anche quelle e con l’auto più carica di un TIR, manca solo un clandestino appeso sotto, si arriva a casa.
In assetto di guerra, si fa un mezzo trasloco dato che per montare tutta questa roba ci vuole un sacco di spazio e si invade il pavimento dei pezzi di Fjanna, Skarda, Hemnat e così via. Naturalmente i nomi sono inventati, ma dubito che qualcuno se ne sarebbe mai accorto. Tralascio le interminabili ore successive e passo agli esiti della battaglia Italia-Svezia.
Pezzi di cartone enormi da sminuzzare per infilarli nel bidone della differenziata, vesciche alle mani, dolori alle ginocchia, diverse volte vicino a nominare il nome di Dio invano. Le sedie dovevano essere due bianche e due rosse e sono tutte bianche, ma piuttosto che tornare a cambiarle me le terrei anche con gli elefantini viola. Manca una vite e la sostituisco con una di fortuna. Un pezzo è sagomato a rovescio ma lo si monta ugualmente, un po’ forzato ma va. La chiusura dell’armadio non funziona e richiede una sessione supplementare pomeridiana. A sera, è tutto finito.
L’idea non è di una solidità esemplare, ma l’effetto non è male. Da non sottovalutare, mi sono rimasti in tasca qualche centinaio di euro. Attendete un po’ di aperture-chiusure di armadio e un po’ di sedute.

Vi saprò dire se è stata una buona Ikea.

mercoledì 22 settembre 2010

Romagna Mia 7 - Il Cacciatore Di Aquiloni

Se ne ho voglia vado in acqua anche in condizioni precarie, in genere. Pioggia, vento, caldo, freddo. Non sono nemmeno troppo preoccupato delle meduse e squali non ce ne sono. La mucillagine faceva un po’ schifo ma non mi ha distrutto la vita.

lunedì 20 settembre 2010

Romagna Mia 6 - Nomina Sunt Consequentia Rerum ?

Va bene, poteva essere una tragedia e io sono uno sciagurato che ride su cose sulle quali non si dovrebbe ridere. Ma dato che tutto è bene ciò che finisce bene, rido lo stesso. Mattina balneare, solita via di mezzo con l’acqua alle ginocchia.

mercoledì 8 settembre 2010

Romagna Mia 5 - Slow and Furious

Sulla riviera romagnola, e purtroppo temo anche altrove, è presente una piaga di dimensioni bibliche. Cavallette, pestilenze, fuoco dal cielo e altre amenità del genere non sono nulla. Non parlo del karaoke notturno né del turista teutonico né dei balli di gruppo né della piadina con lo squaquerone.

giovedì 2 settembre 2010

Romagna Mia 4 - Beach Orphans

Nella multiforme fauna che infesta i nostri litorali, un esemplare particolarmente fastidioso e purtroppo non in via di estinzione è il cosiddetto orfanello da spiaggia. Niente di drammatico, nessun lutto. Riponete i fazzoletti e asciugate le lacrime.

mercoledì 25 agosto 2010

Romagna Mia 3 - Ciapa la Galeina

Rituale passeggiata sulla spiaggia in formazione classica. Carnaio improponibile, ma fa tanto bene respirare l’arietta marina, fa tanto bene il movimento, e il sole lo prendi meglio camminando e via così.